Percorsi

Daniela Zumiani, 2010

Pippo Borrello, 27 Dicembre 1970

L’imprinting artistico, se così si può dire, il pittore Giuseppe Borrello lo riceve dal mare, quello del Golfo di Napoli, di fronte al quale nasce e vive. È un mare dai colori forti, ricco di contrasti, di armonie e disarmonie, sicuramente coinvolgente per una sensibilità delicata quale la sua; un mare da cui è faticoso allontanarsi, come il pittore stesso ebbe a dire, ormai lontano da Napoli: «non è sufficiente conoscere e amare il mare. Anzi. Questo mi avrebbe portato ad una pittura di rappresentazione e io non volevo. Per anni ho dovuto tenere a freno la tentazione di trasferire sulla tela l’accavallarsi furioso dell’onda sugli scogli di Marechiaro. Poi ho capito…».

Gli studi classici, prima, l’incontro e il confronto con l’ambiente artistico napoletano degli anni Cinquanta - Sessanta del Novecento, poi, sono alla base della sua formazione pittorica. All’Accademia d’Arte di Napoli Borrello conosce Emilio Notte e Guido Biasi; frequenta il gruppo 58. Sono sperimentatori - e il giovane Borrello con loro - attenti alla produzione internazionale della prima metà del secolo, ma nello contempo attenti a non perdere l’eredità della tradizione. Si appassiona alla ricerca di Armando De Stefano, che sul finire degli anni Cinquanta si allontana dal filone realistico per una rappresentazione di tipo espressionistico, attento alla matericità e tendenzialmente astratta. Risalgono ai primissimi anni Sessanta alcune significative opere del nostro, quasi tutte a soggetto marino, giocate sul contrasto dei colori e rese con pennellate dense, con grumi e filamenti colorati in rilievo. Esemplare è il dipinto, senza titolo, in cui la grande luna in cielo illumina un’algida architettura tipicamente mediterranea: il mare non si vede, ma è il protagonista del dipinto.

Già in queste prime prove, la scelta dell’artista va verso la negazione della profondità, facendo suo uno dei cardini dell’arte del secolo XX, ovvero il rifiuto di restituire illusivamente lo spazio, privilegiando, al contempo la raffigurazione del tempo. Nel momento stesso in cui abbandona la finzione del reale, Borrello sceglie di dare visibilità all’invisibile, ovvero alla memoria. Le figure sono limitate a pochi segni, filamenti di colore, evocativi della forma originale, distribuiti in grandi campiture monocrome. Nel “viaggio” professionale di Borrello, l’inizio degli anni Settanta è una data cruciale: corrisponde, infatti, al suo arrivo a Verona, chiamato ad insegnare nel Liceo artistico locale. Una realtà che l’artista, napoletano dal carattere solare, disponibile ad affrontare gioiosamente il cambiamento, registra immediatamente nelle sue nuove composizioni pittoriche, molte delle quali esposte nel 1974 nella prestigiosa galleria veronese dello Scudo. La superficie dei dipinti realizzati in quegli anni è suddivisa in grandi piani, i colori usati si limitano, perlopiù, ai bianchi, rossi, neri, tra loro nettamente contrapposti; appaiono sullo sfondo solitarie figure (alcune diverranno, negli anni successivi un leitmotiv, quali, ad esempio, il cavallo in Libertà divisa): sono immagini tendenzialmente statiche, mai definite, anzi deformate. In talune composizioni si coglie però, per la prima volta, un latente interesse per gli effetti espressivi della linea, elemento caratterizzante in tutta la produzione del tempo a venire.

Vestigia, 1996 - Tecnica mista su tela - cm 100x150 - Fondazione Banca Popolare di Puglia e Basilicata(BA)

Una scelta a cui, forse, contribuì la visione dell’Adige, la cui sinuosità lineare era, evidentemente, una forma altra rispetto a quella della distesa marina. E proprio le ricerche sull’espressività della linea segnano il cammino artistico del periodo successivo. Borrello sperimenta, tra l’Ottanta e il Novanta, l’effetto degli intrecci tra linee ondulate, spezzate, linee in relazione con colori stridenti o tra di loro in armonia. Uno studio che lo fa approdare alla raffigurazione del movimento, volto in particolare a restituire l’atteggiarsi di corpi danzanti. Lo testimoniano opere quali Passo a due, dipinto della serie esposta a Cork nel 1985, così come i molti studi sull’anatomia dei cavalli in corsa. Le loro sagome risultano ormai disaggregate, scomposte, deformate, poi nuovamente ricomposte: nulla di più lontano dagli statici animali raffigurati negli anni Settanta.

Sempre dall’Ottanta Borrello si cimenta con il ritratto: non sono mai prove banali, le sue, anche se la scelta è quella di restituire realisticamente l’effigiato, sicché ogni personaggio raffigurato deve essere perfettamente riconoscibile. L’artista riesce, però, a cogliere argutamente la personalità e il ruolo del soggetto raffigurato, generalmente, un protagonista dello spettacolo. Esemplare è il ritratto di Eduardo De Filippo il cui volto prende forma grazie alla linea ondulata che ritma le ampie campiture piatte, risolte con una limitata gamma di colori: bianco, nero, rosso. Gli occhi nerissimi, in parte in ombra, di primo acchito inquietano, ma l’abito da scena riporta Eduardo ad una realtà che è finzione, quella teatrale appunto, svelando, attraverso questa sorta di ossimoro visivo, il perché dell’intrigante sguardo puntuto. Anche il doppio ritratto della Tebaldi, regale figura rispecchiata nell’altera cantante, dà forma ad un paradosso: la regina della lirica comunica con il proprio pubblico sovranamente ignorandolo.

Verso gli anni Novanta nelle opere di Borrello fa il suo trionfale ingresso il colore nero, espressione di un momento di riflessione segnato dalla nostalgia e dal pessimismo. Lo si coglie nelle reiterate composizioni marine, nelle quali compaiono superfici cupe, dense e materiche. Di Onde, del 1986, Borrello stesso disse: «è l’opera che meglio mi rappresenta, che restituisce l’idea che ho di storia e di memoria, proprio perché e fatta di materia, è densa ha il colore della memoria». E il “colore” di cui egli parla sono in realtà vari colori: il bianco, grumoso e spesso, il viola allisciato, il nero a filamenti, l’opaco grigio verde in primo piano. Cambiano le tinte, in Ancestrali segreti del 1987, ma il tema sotteso alla composizione è sempre da ricondurre ad una raffigurazione sofferta del paesaggio della memoria. Il golfo di Napoli, dipinto nel Sessanta, ritorna qui, ma sfuocato, mentre in Nereidi, del 1988, sono solo il nero e il bianco che si fronteggiano, separati, o forse uniti, da una solida linea ondulata: si tratta, ancora, di un’evocazione del mare, protagonista quasi assoluto dei dipinti realizzati all’epoca, da Contatto marino, del 1987, a Gioco di onde del 1988.

Eruzione e ginestre, 2006 - Tecnica mista su tela - cm 150x150 - Politecnico di Singapore

Evocazioni vagamente surreali, forme oniriche emergono in alcune prove di quel periodo; si veda, ad esempio, Tripudio dell’89, dipinto in cui le linee si sciolgono, tornano i gialli, si intravedono delle figure; o Pietre a colloquio, opera dal titolo emblematico, giocata sulla contrapposizione speculare del blu e del bruno, contenuti in piatte sagome frastagliate disegnate sul bianco della superficie di base.

Del 1991 è anche Presenze, intrigante ritratto di Annamaria, compagna di vita e di esperienze culturali: metà del suo volto è bianco e luminoso, metà è aggredito da un’inquietante ombra bruna, una sorta di minaccia che adombra la paura della perdita. Donna del sud, di Napoli, Annamaria è la presenza a Verona dell’amato luogo lontano. Si coglie, nei dipinti di quegli anni, una sorta di umore nero, leggibile nelle figure sofferenti, tormentate, come in Distacco. Anche la superficie del dipinto dedicato a Giovanni Paolo II, incontrato nel 1991, è scissa diagonalmente in due parti dalla linea del Crocifisso: a destra, in basso, si muove una folla filamentosa, mentre, in alto, a sinistra, il profilo del papa si stempera, fino a confondersi con il biancore dello sfondo.

Alla stagione dei bianchi e neri succede quella del ritorno al colore, che è anche un ritorno, come “visitatore”, a casa. Nel 1994 Faraglioni documenta una ritrovata gioiosità, un inno alla classicità, di cui la statua è l’emblema, come lo è il grande tempio antico attorno a cui si assiepa la folla in Vestigia, del 1996. La leggerezza, la solarità, il respiro del mare sono il filo conduttore dei dipinti capresi del 1998, mentre nelle opere dei primi anni 2000 serpeggiano cadenze liberty. Lo si coglie nelle onde morbidamente tratteggiate, nelle figure rese con una linea sinuosa, queste ultime rivisitazioni di temi della classicità. Sono anni di attività frenetica, legata anche alla necessità di restituire le impressioni e le emozioni provate durante i numerosi viaggi in Germania, Austria, Olanda, Brasile, America, Irlanda.

Ricompaiono nel 2006 le suggestioni visive campane: Positano, Gente a Capri, nuovamente Faraglioni. Le architetture e la costa sono piatte e neutre, circondate da un arcobaleno di colori che, per contrasto, ne fa emergere le sagome.

“Capricci” potremo denominare, infine, le opere del periodo tra il 2008 ed oggi. “Capricci” perché Borrello condensa in un’unica composizione emozioni ed impressioni da lui provate in momenti spazi diversi. Si prendano Vele a Venezia o Venezia con vele, entrambi del 2008: la diafana città lagunare disegnata sullo sfondo è sommersa da vele sgargianti; ma la delicata luce veneziana dello sfondo non soccombe, bensì dialoga con la chiassosa luminosità mediterranea: libera interpretazione dei Capricci del Settecento, opere in cui monumenti di città diverse convivevano in un unico dipinto.
Nella scia di tale raffigurazione immaginaria si collocano le composizioni degli ultimi due anni, tra cui le restituzioni pittoriche di luoghi che l’artista prepara prima di recarvisi. Dipingere una realtà che non si conosce aiuta non solo ad affrontarla ma anche a farla propria. Lo facevano i primitivi, lo facciamo oggi. Sicché Arrivando a Singapore e Carnevale a Singapore del 2008 sono pre – visioni, immagini di un reale immaginato capace di mettere l’artista nella condizione di viaggiare nel tempo prima ancora che nello spazio: conferme visive che il viaggio continua e altre mete sono da raggiungere.

Giuseppe Borrello si recò a Singapore pochi mesi dopo aver eseguito queste opere, invitato dal Polytechnic dell’omonima Repubblica.