Franco Solmi

Franco Solmi, 1987

Paesaggio brasiliano, 1999 - Tecnica mista su tela - cm 80x80 - Collezione Governatore Roseane Sarney - Maran

Giuseppe Borrello è certamente artista atipico quanto possono esserlo i pittori napoletani che hanno dovuto scontare in questi ultimi decenni una situazione anch’essa atipica, non riconducibile alle linee maestre della cultura artistica del nostro paese se non per riferimenti assai vaghi. Non sarò io il primo a rilevare che all’aggressione dei codici e dei modelli formali e di linguaggio, tipici dell’international style, Napoli ha reagito in modo imprevedibile. Accanto ad un aggiornamento di superficie rapidissimo e a processi di omologazione espressiva implacabili si sono infatti venute creando intense forme di resistenza, dovute per lo più ad una pertinace difesa dell’individualità e di ciò che anche per quanto riguarda altri settori potremmo definire uno “specifico” dell’alta civiltà di questa terra. Borrello è artista colto e informato sulle vicende internazionali quanto altri ma, come accade a chi coltiva per vocazione o per dannazione una immagine che non può prescindere dai condizionamenti esistenziali, egli procede più per devianze e trasgressioni che non per fedeltà alle norme dell’imagerie corrente, estetica o no che essa si dichiari. Ciò rende allo stesso tempo utile e inopportuna a suo riguardo ogni citazione. Mi sembra davvero perciò molto acuta l’osservazione di Francesco Butturini che, dopo aver fatto tutti i nomi possibili di maestri la cui traccia si ritrova nelle opere di Borrello - da Matisse a Klee e Kandisky, fino a Kirchner, Soutine, Ensor, De Chirico e Aligi Sassu - afferma: “Se un maestro c’è nella storia di Giuseppe Borrello questo è Emilio Notte e quanto egli rappresentò nella scuola napoletana degli anni cinquanta”.

Ebbene, ciò che Emilio Notte ha insegnato con la sua vita di inguaribile e rigorosissimo irregolare dell’arte è stata proprio la libertà da conquistarsi non attraverso una astiosa solitudine ma nel concreto combattere e misurarsi con tutto ciò che condiziona l’essere dell’uomo e dell’artista. Mi sembra quindi rilevante il fatto che Borrello non si sia sottratto, lui così perdutamente “mediterraneo”, al fascino delle inquietudini nordiche, a quel contrasto insopportabile di bellezza e di orrore che, per esempio, splende negli ori infausti di Klimt. È, insomma, una mediterraneità inquieta quella che l’artista di oggi può riscoprire entro e fuori le dimensioni rituali del mito.

Per essa si mantiene viva la solarità dei colori e la linea, pur trascinata in vortici misteriosi, mantiene una sua saldezza classica. L’opera ci appare sempre nitida, sia quando il tormento grafico sembra sconvolgerne i ritmi interni sia laddove l’immagine trova una sua stranita pacificazione metafisica, una sorta di incantato stupore, frutto di una conquistato equilibrio formale più che di una appagata coscienza delle cose. In effetti Borrello è artista d’inquietudini profonde che, a volte, l’hanno condotto a travalicare i limiti del rigore formale, a dare accentuazioni simboliche e ridondanze metaforiche alle proprie composizioni, specialmente laddove l’onda del segno invece di scorrere libera e cantante s’ingorgava nei viluppi d’una figurazione e di un racconto della memoria bloccato nel suo momento descrittivo. La vera natura di Borrello si rivela in opere di straordinaria limpidezza formale e di altrettanto straordinaria complessità come E sopra, le stelle, che io ritengo dipinto emblematico di una rilettura in chiave di nuova metafisica delle antiche e moderne solarità dell’arte. Il pittore, quando riesce a sciogliere in ritmo gli ingorghi di una materia segno che egli sente come parafrasi della materia e dei segni esistenziali, attinge i vertici della sua ansiosa metafisica e quella sospensione in cui si sublima anche l’immagine più altamente decorativa (Sipario) o più organicamente pulsante e affollata (Sacro magico recinto). È qualcosa di molto simile a ciò che accade nei rapporti fra i colori, usati da Borrello in funzione astraente nel momento stesso in cui con essi costruisce immagini di strana fissità o, come ha ben scritto Mario Cattafesta in un testo del 1983, “visioni d’impatto neoplatonico, di concreta evanescenza”.

Chiunque potrà verificare quanto questo processo dialettico fra realtà e sogno, fra memoria del presente e presagio di una immagine possibile perchè inattuale assuma peso e concretezza nell’opera di Borrello, artista di tensioni pietrificate ma palpitanti nell’apprensione del mito.